Ricostruiamo Castelnuovo

dimenticati sotto le macerie

Riportiamo un articolo di Repubblica.it che parla del nostro paese e delle nostre case.

 


Castelnuovo, il paese dimenticato che è ancora sotto le macerie

CASTELNUOVO DI SAN PIO (l’Aquila) – Dicono che faranno tutti come Sabbatino S., che ha 80 anni e l’altro giorno è scappato dalla tendopoli e si è chiuso nella sua casa diroccata. “Io in tenda non ci torno più”, gridava. “Meglio morire a casa mia che marcire nella tendopoli”. L’uomo ha guardato fuori dalla sua finestra. Ha visto che, dopo centodieci giorni, nulla è cambiato. 

La scena di dolore è la stessa illuminata dall’alba del 6 aprile. La piazza coperta dalle macerie, le auto schiacciate, le intimità violate delle camere da letto senza muri. I vigili del fuoco avevano le lacrime agli occhi, quando sono andati prenderle il vecchio per riportarlo giù, nel campo blu vicino al cimitero. “Faremo tutti come Sabbatino”, dicono adesso nella tendopoli. “Torneremo nelle nostre case quasi distrutte. Rischieremo la vita ma almeno qualcuno si accorgerà di noi”. 

 

Castelnuovo è un “Borgo fortificato” – così è scritto all’ingresso del paese – che forse ha vinto qualche battaglia ma ha perso la più importante: quella contro il terremoto. Tutte le case del centro sono crollate, anche la chiesa è un cumulo di rottami. Cinque le vittime, il 95% delle case sono a terra o da abbattere. “Eppure qui non si sono mai viste le telecamere e non è arrivata in visita nessuna persona importante. La cosa assurda è che i tanti amici che abbiamo in Italia e nel mondo – il nostro è un paese di emigranti – ci telefonano e ti dicono: “Adesso state bene, vero? Abbiamo visto in tv che sono arrivate le casette di legno, che stanno costruendo gli appartamenti antisismici”. E invece stiamo tutti come Sabbatino. Non abbiamo nemmeno i condizionatori nelle tende. In più di tre mesi non sono riusciti a potenziare la linea elettrica. Se attacchi un condizionatore, salta tutto”. 

 

Non è una mosca bianca, Castelnuovo di San Pio delle Camere. I tg nazionali mostrano il “cantiere più grande d’Europa”, ma basta uscire da questo “set del terremoto” per capire che a Castelnuovo e in decine di altri paesi tutto è ancora fermo a quella notte di aprile. È cambiata soltanto l’anima dei sopravvissuti. “Prima sentivamo il calore della solidarietà. Adesso ci sentiamo sempre più soli e pieni di paura, perché non sappiamo nulla del nostro futuro. Non sappiamo, ad esempio, se il nostro paese sarà ricostruito. Non sappiamo se arriveranno o no le casette di legno”. 

 

 

Si parla nell’unico luogo di ritrovo, 


la mensa, davanti al bancone del bar “Crolla ma non molla”. “Ci hanno detto – raccontano Stefania e Luigia Maurizio, Roberto Sidoni e Stefano Terio (che è il vice sindaco) – che entro novanta giorni dobbiamo presentare domanda e progetto per la ricostruzione delle nostre case. Ma come possiamo decidere noi da soli? Ci dovrebbero dire, prima di tutto, se sarà possibile ricostruire Castelnuovo lì dove è sempre stato. Sotto le case ci sono i “grottoni”, grandi cavità naturali abitate nell’antichità e poi usate come stalle. È possibile ricostruire un paese su questi spazi vuoti? Le case, poi, si appoggiano l’una all’altra. Non è possibile rimetterne in piedi una se quelle a fianco restano ruderi. Ci vorrebbe uno studio di un’équipe di geologi, di ingegneri, di architetti”. 

 

Il centro storico sembra bombardato. Ci sono turisti del macabro che scavalcano la recinzione per portare i bambini a guardare le rovine. “Giovanna, hai visto che disastro? Guarda che bel lettone. Secondo me è del ‘600”. Tutto è fermo, come in un tragico flashback. C’è la Ford Escort schiacciata sotto le pietre, c’è il lampadario rimasto intatto nella cappella senza tetto, con i quadretti della Via Crucis appesi a due muri pericolanti. “Noi residenti siamo 200, ma d’estate gli emigranti tornano dal Canada e dagli Stati Uniti e in tutte le case si accendono le luci. Si viveva bene, qui, nella tranquillità di un paese a soli 25 chilometri dalla città. In tendopoli siamo 120, perché molti anziani li abbiamo portati via, negli hotel del mare o presso i parenti. Non possono vivere in una casa di tela”. 

Dal piazzale della chiesa si vedono il campo con le stoppie di grano e il prato dove dovrebbe nascere la Castelnuovo di legno. “Dicono, ma per ora sono solo voci, che si potrebbero installare cinquanta casette. Ma in quell’area non ci sono nemmeno i picchetti. Bisognerà spianare, mettere la ghiaia, buttare le piattaforme di cemento, costruite le strade e le fogne… Non ci sono i soldi nemmeno per le opere di urbanizzazione”. 

 

Ma nessuno vuole accettare la sconfitta. “Ci attacchiamo a tutto. Noi non siamo stati fortunati, perché non siamo stati adottati da nessuno. Qui non sono arrivati ministri o ambasciatori. Un aiuto vero ci viene dato dalla Protezione civile della Toscana, che ogni giorno ci fa trovare due pasti caldi e dal Comune di Segrate, che sta costruendo per noi un centro polivalente, con una sala per gli anziani, un’altra per i giovani, una piccola chiesa… Appena pronto, faremo una grande festa. Noi cerchiamo di restare tutti uniti, vogliamo continuare a essere un paese. La Messa della domenica è importante, anche perché è l’occasione per trovarci tutti assieme. Ma da quel 6 aprile l’unica chiesa agibile è la cappella del cimitero”.  

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